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LA DISOBBEDIENZA COME PRATICA DELLA LIBERTA’. Per la scrittura di una teoria del no.

Articoli di Francesco Bova 24/8/2008

 


LA DISOBBEDIENZA COME
PRATICA DELLA LIBERTA’. Per la scrittura di una teoria del no. pp. 149 Lulu Editore, 2008 – Euro 12,00

Capitoli: Nuova introduzione - Introduzione del 1986 - Gli idola, della credenza e dell'ideale - L'incantesimo della democrazia, della megamacchina tecnocratica - La libertà e l'uguaglianza, il cibo avariato degli dei - La pedagogia del piacere o della felicità degli automata - I diritti smarriti e la condanna nucleare - La fine del viaggio.

Che significato avrebbero oggi i termini totalitarismo, genocidio e disobbedienza, che io ho citato nel mio testo, se Hannah Arendt (1906-1975) fosse vissuta fino all’alba del nuovo millennio?
Quale sarebbe stata la critica di Pasolini (1922-1975) nei confronti dell’utilizzo della televisione commerciale nella competizione elettorale?
Quale sarebbe stato il pensiero di Capitini (1899- 1968) che aveva teorizzato una democrazia diretta e la decentralizzazione del potere con spazi non violenti, ragionanti, non menzogneri, di fronte allo strapotere dei nuovi partiti per cui – da destra a sinistra - i civili uccisi in una guerra sono soltanto il doloroso effetto collaterale della stessa?
Se Orwell (1903-1950) fosse vissuto fino ai giorni nostri cambierebbe qualche pagina del suo profetico 1984? Forse rimarrebbe stupito che il Grande Fratello, l’icona del controllo oppressivo sulla vita dei cittadini esercitato da un governo autoritario, sarebbe diventata l’icona di un programma cult della televisione commerciale.E Koestler (1905-1983) che denunciò la menzogna, l’inganno e l’autoinganno del comunismo e l’orrore delle purghe staliniane riscriverebbe una nuova versione di Buio a mezzogiorno ambientata nella Russia di Putin? Anche Fromm (1900-1980) probabilmente avrebbe potuto accrescere la sua analisi sull’uomo consumatore e sul consumismo del Progresso così ben descritta in Avere o Essere?, se avesse avuto l’op-portunità di osservare gli eccessi del consumismo caratterizzato dai nuovi mercati di Internet.




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LIBRI DI FRANCESCO BOVA

Libri di Francesco Bova 2/8/2008

 

F.BOVA (a cura di) “Well…fare” pp.128 – Consiglio Regionale della Lombardia, 2007

F.BOVA (a cura di) “Identità, Servizio e Responsabilità dell’Associazionismo” pp.110 - Consiglio Regionale della Lombardia – 2007

F.BOVA (a cura di) “Il Garante per l’infanzia” pp.152 - Consiglio Regionale della Lombardia – 2006

F.BOVA “Dizionario del nuovo welfare” pp. 290, Maggioli editore, Rimini 2006

AA.VV. “Liberi di leggere: lettura, biblioteche carcerarie, territorio”, pp. 106 -Associazione Italiana Biblioteche – Roma, 2002

AA.VV. “Piano Socio Sanitario. Cento ordini del giorno” pp.152 - Consiglio Regionale della Lombardia – Milano 2002

AA.VV. “Dal Piano Socio Sanitario ai Piani della Legge 328/2000”, pp.78 - Consiglio Regionale della Lombardia –2002

F.BOVA (a cura di) “Handicap e Lavoro” in Orientamenti Amministrativi, pp.24 – Milano 2000

F.BOVA “Il lavoratore come risorsa. Autostima e professionalità” in ATTI del convegno Mobbing, pp. 145 – Editore UIL – 2000

F.BOVA (a cura di) “Handicap e Società” con la presentazione del Ministro per la Solidarietà sociale Livia Turco - pp. 192 – Editore Lega delle Autonomie Locali e Provincia di Milano - 1998

F.BOVA “Il servizio sociale d’impresa nella pubblica amministrazione” pp. 69 – Editore A.SE.SO. - 1997

F.BOVA “ Nuove e vecchie tecnologie del sistema dei servizi nel processo di crisi del welfare state” in Atti del seminario nazionale centralini telefonici per le tossicodipendenze – Reg. Lombardia, Comune di Milano – pp. 92 –1996

F.BOVA “Il Comune che produce servizi” in “Il Comune come ente gestore” di A. Foni - Edizioni delle Autonomie Locali – pp.112 , Roma 1997

F.BOVA "Introduzione" e paragrafo 2.3 del libro “AIDS e Società” di G. Codini - Edizioni delle Autonomie, pp.122 – Roma 1994

F.BOVA - G. CODINI "Modelli di assistenza domiciliare a confronto" e "Ipotesi di convenzione tra ente pubblico e associazione del privato per un'assistenza domiciliare a persone con AIDS" in - Assistenza domiciliare a persone con AIDS : un problema aperto- a cura di Castelli, Codini, Tommasi - Editore Franco Angeli, pp.159- Milano 1992

F.BOVA (a cura di) Atti del Coordinamento Prevenzione - pp.130 – Comune di Milano,1991

F.BOVA (a cura di) "Operazione Sondalo"- pp.127, Comune di Milano, 1990

AA.VV. “Parole in bottega” pp. 239- Comune di Lacchiarella, 1989

AA.VV. “Antologia della poesia contemporanea”, A. Lalli – Siena, 1980

AA.VV. “Il Pierrot”, Milano 1980

AA.VV. “Il filosofo, lo sterco e gli zoccoli del poeta” Punti Blu, Milano, 1981

F.BOVA "La violenza vista dai bambini" - Punti Blu, pp.68 , Milano 1982




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ARTICOLI PUBBLICATI

Articoli di Francesco Bova 2/8/2008

 

ARTICOLI

Articoli pubblicati su La Nostra Voce, periodico del P.C.I. di Pietra Ligure

Il comitato di salute pubblica. La censura al servizio del potere, 1975

Articoli pubblicati su Artegente di Torino

Il sabotaggio cerebrale. Informazione e terrorismo, 1978

Articoli pubblicati su La Voce dell’area liberal-democratica di Savona

Destra o Sinistra? Del rifiuto e dell’anomìa, 1983

La disobbedienza come pratica della libertà, 1988

Articoli pubblicati su Via Libera, periodico radicale di Savona

L’intellettuale e il politico. Intervista ad Aldo Nemesio, 1982

L’errore astratto e l’errore pratico,1982

Devianza e potere. Intervista a Stefano Monti Bragadin, 1982

Lettera aperta al ministro socialista della difesa, 1982

Titanic e la contraddizione. Intervista a Francesco De Gregori,1982

Creare una coscienza atomica,1983

La nonviolenza, l’obiezione di coscienza e Comiso. Intervista ad A. Biondi,1983

Articoli pubblicati su L’Orecchio di Loano

Se non ora, quando? Cinque minuti con Primo Levi, 1982

Spazio Libri. Animal Farm di George Orwell, 1982

Spazio Libri. Il giorno della civetta di Leonardo Sciascia, 1982

Spazio Libri. Morte nucleare in Italia di A. Buzzati-Traverso, 1982

Spazio Libri. La disobbedienza e altri saggi di Erich Fromm, 1983

Spazio Libri. 1984 di George Orwell, 1983

Spazio Libri. Cultura per la pace, 1983

Spazio Libri. L’uccello dipinto di Jerzy Kosinski, 1983

Spazio Libri. Psicoanalisi della guerra di Franco Fornari, 1983

Spazio Libri. La rivoluzione della speranza di Erich Fromm, 1983

Spazio Libri. Non di sola madre di Elena Pianini Belotti, 1983

Un viaggio negli anni ’60. Intervista a Francesco Guccini, 1983

La biblioteca civica: motivo-scopo-mezzi, 1983

Articoli pubblicati su Rockerilla di Savona

Il fattore R. Del dionisiaco e dell’esistenzialismo rock, 1983

Articoli pubblicati su Logos di Milano

Marilyn Monroe. Dopo di lei…nessuna, 1983

Articoli pubblicati sulla rivista Malvagia di Milano

Don Chisciotte, San Francesco e lo scemo del villaggio, 1982

Narciso e Autos - prima parte, 1982

Narciso e Autos - seconda parte, 1982

Narciso e Autos - terza parte,1983

La mia libertà è quella delle rondini, intervista ad A. Faccio, 1983

La morte è curiosità - intervista a Gianni Baget Bozzo, 1983

Erice, il festival dell'ipocrisia - intervista a Nazareno Fabbretti, 1984

Le jour d'apres…j'ai besoin de Dieu !, 1984

Rocking, appunti per una lettura psicoanalitica del rock, 1985

La disobbedienza come pratica della libertà - prima parte, 1985

La disobbedienza come pratica della libertà - seconda parte,1986

La disobbedienza come pratica della libertà - terza parte, 1986

La disobbedienza come pratica della libertà - quarta parte, 1986

L'educazione tra equilibrio e ipnosi – intervista a C. Musatti, 1987

La disobbedienza come pratica della libertà - quinta parte, 1988

La disobbedienza come pratica della libertà - sesta parte, 1988

La disobbedienza come pratica della libertà - settima parte, 1989

La disobbedienza come pratica della libertà - ottava parte, 1989

La disobbedienza come pratica della libertà - nona parte, 1989

La disobbedienza come pratica della libertà - decima parte, 1990

Il mondo del compagno Angelo, 1994

La morte, l’assenza e l’indifferenza, 1994

Io tengo famiglia. Il silenzio degli intellettuali e le speranze. Intervista a Mario Capanna, 1995

Vita: il giornale della solidarietà e dell’impegno civile. Intervista a Riccardo Bonacina, 1995

Ritorno al futuro. Interviste a Ugo Intini, Gianni Cervetti e Tiziana Maiolo, 1995

L’Italia del gratta e vinci, 1996

Il Lavoratore come risorsa. Autostima e professionalità, 2000

Pane, Poesia e lettere d’amore, 2000

Contro la cultura dell’indifferenza e della morte,2001

Malvagia e il compagno Berlusconi, 2001

Articoli pubblicati su Il nuovo foglio, periodico del Partito Democratico della Sinistra di Lacchiarella

De Lorenzo, voto 6 meno meno, anzi 5, 1992

Una scuola dimezzata tra riforme ed immobilismo. Intervista a Maria Luisa Sangiorgio, 1992

La via crucis dei bollini e dell’autocertificazione, 1993

L’opinione in 100 parole. Intervista a Marco Taradash, 1993

Articoli pubblicati su Liberi Giornalisti di Milano

Perché non firmo il referendum nr. 15, 1995

Articoli pubblicati su Il Potere Locale di Roma

A Milano giornata di studio sulla applicazione della legge quadro sul volontariato, 1992

Articoli pubblicati su Orientamenti Amministrativi di Milano

La politica degli enti locali nella prevenzione delle tossicodipendenze, 1992

Spazio aperto, 1992

I programmi di assistenza integrata e quella extraospedaliera, 1992

Soldi, servizi e stato sociale, 1992

Finanziamenti alle organizzazioni di volontariato, 1992

Aids:tra sanità e società, 1992

Tossicodipendenza e Aids,1992

L'Ufficio di Pubblica Tutela in Lombardia,1993

Handicap e società, 1993

Dossier handicap,aggiornamenti, 1993

Forum sanità, 1993

Licenziare i lavoratori tossicodipendenti, 1993

Quale sanità nel 1994?, 1993

Volontariato: le leggi della solidarietà, 1993

AIDS, Lombardia al primo posto per contagio, 1994

Servizi sociali e statuti comunali, 1994

Siringhe si, siringhe no, 1994

Emergenza AIDS e droga, 1994

Mass media e servizi sociali, 1994

Il mondo dell'autismo,1994

Per una via mediterranea alla riduzione del danno, 1995

Giornalismo e volontariato sociale, 1995

Diritto di replica, 1995

Le politiche sociali e sanitarie della seconda metà degli anni novanta, 1995

La casa delle donne maltrattate, 1995

Antidroga : prorogati i tempi per la presentazione dei progetti, 1995

Da pubblico a pubblico, 1995

Due libri per farsi meno male,1995

Sanità: come quadrare il cerchio?, 1996

Master in comunicazione pubblica al giro di boa, 1996

Cittadino utente o cittadino azionista?, 1996

Dal Lambro alle rive del Giordano, 1996

Pari dignità al mondo del sociale, luglio 1996

Il lungo cammino della riforma sanitaria in Lombardia, 1996

Un nuovo patto sociale per la riforma del welfare, 1996

Il mercato del lavoro per le persone disabili, 1997

Droga: le scelte del governo, o 1997

Handicap e società, 1997

Oltre noi…la vita, 1997

AIDS, il ruolo del comune, 1997

Sanità, la riforma della discordia, 1997

Sanità: ultimo atto, 1997

La relazione tra il servizio pubblico e l’impresa sociale, 1997

La riforma dello stato sociale, intervista a Pietro Larizza, 1997

Il ruolo della famiglia nel progetto obiettivo handicap, 1997

Il nuovo sistema di protezione sociale della Lombardia, 1998

Glossario sociale, 1998

Legge Turco: il ruolo del Comune e della Provincia, 1998

L’operatore sociale che progetta nel nuovo corso delle politiche sociali, 1998

Dalla progettazione alla valutazione nel sistema di protezione sociale, 1998

Comuni invisibili nella lotta all’AIDS, 1999

Collocamento obbligatorio chi è il responsabile in caso di inadempienza?, 1999

Dal bilancio contabile al bilancio sociale dei comuni, 1999

Un nuovo regolamento dell’ISEE, 2000

Interventi di protezione sociale a una svolta, 2000

La legge quadro sull’assistenza, 2000

Welfare news, 2000

La responsabilità dell’amministratore e del dirigente degli enti locali nell’applicazione della normativa del collocamento obbligatorio, 2000

I servizi alla persona tra pubblico e privato, 2001

Comuni equi o Comuni troppo avidi con l’ISEE?, 2001

Scuole e Comuni insieme per un mondo migliore, 2002

Comuni sul piede di pace, 2002

Riccometro: chi paga il costo dei servizi?, 2002

Comuni in marcia: ripartiamo dalla Scuola di Barbiana, 2002

Piani di zona: i Comuni protagonisti del nuovo welfare, 2002

Il modello sanitario domina e riduce le politiche sociali, 2002

La biblioteca dell’operatore sociale, 2003

Fondazioni o Aziende pubbliche? La difficile scelta della Lombardia, 2003

Articoli pubblicati sull’organo di ANCI LOMBARDIA

Dal bilancio contabile al bilancio sociale dei comuni, 2000

Articoli pubblicati su Strategie Amministrative di Milano

Quanto costa la sanità lombarda, 2002

Le nuove povertà in Italia, 2003

La qualità nei servizi socio-sanitari, 2003

Una lettura integrata della legge di riforma dell’assistenza, 2003

Lombardia:Testo Unico per i minori, 2003

Garantire il diritto all’educazione e all’istruzione, 2003

Riforma degli asili nido. Sei progetti di legge a confronto, 2004

La rete dei servizi alla persona, 2004

Approvata dal Consiglio regionale la legge sui minori, 2005

Politiche e servizi sociosanitari: esigenze e diritti, 2005

Carcere: ruolo dei comuni. La nuova legge regionale, 2005

Asili nido e servizi per la prima infanzia, 2005

Sanità e assistenza, dove va la Lombardia, 2008

Articoli pubblicati su PubblicAzione di Milano

La riforma delle IPAB in Lombardia, 2002

Il welfare locale, 2005

Il futuro del welfare nella pianificazione di Formigoni, 2005

Dizionario del nuovo welfare, 2006

La nozione di famiglia, 2007

L’evoluzione del terzo settore, 2008

Articoli pubblicati sulla Rassegna di Servizio Sociale di Roma

Dossier Droga, 1994

Euridice : la fabbrica come risorsa contro la droga, 1995

Il servizio sociale d’impresa nella pubblica amministrazione. Linee di indirizzo del servizio sociale d’azienda del Comune di Milano, 1996

La relazione tra il servizio pubblico e l’impresa sociale. Tra collaborazione e conflittualità, 1997

Il ruolo della famiglia nel progetto obiettivo handicap, 1998

L’esperienza metropolitana del progetto Unità mobili per la prevenzione dell’HIV, 1999

Collocamento obbligatorio del lavoratore disabile nell’ente locale: chi è il responsabile in caso di inadempienza, 1999

Dal bilancio contabile al bilancio dei Comuni, 2000

Il lavoratore come risorsa. Autostima e professionalità, 2000

La biblioteca va in prigione, 2001

Un sistema di regole tra pubblico e privato per l’affidamento dei servizi alla persona, 2001

Un progetto integrato e unitario per sostenere la rete dei centri sociali e le reti informali del buon vicinato a favore degli anziani di Cremona, 2002

Articoli pubblicati su Percorsi di integrazione di Milano

Euridice, un processo di integrazione tra pubblico e privato nel nuovo sistema socio-assistenziale, 1992

Handicap e legge quadro n.104/92, 1993

Il ruolo del progetto Euridice nei programmi di intervento del Comune di Milano in materia di prevenzione della tossicodipendenza, 1993

La discontinuità dei servizi nelle politiche sociali degli anni novanta, 1994

Droga: i finanziamenti e le competenze. Il ruolo dell’ente locale nelle politiche di prevenzione, 1996

Dall’esperienza Euridice al nuovo ruolo del Sindacato, 1997

Nuovi diritti ed opportunità per l’infanzia e l’adolescenza. Il programma e gli obiettivi del seminario regionale, 1998

Articoli pubblicati su Vivereoggi di Milano

Una mano per vivere, 1987

Uguali nel lavoro, 1988

I compiti del Coordinamento prevenzione, 1990

Tossicodipendenza, la sfida della prevenzione, 1991

Progetto Euridice, 1991

La droga non lavora, 1993

Scambiasiringhe nella città di Milano, 1994

Articoli pubblicati su Prospettive sociali e sanitarie di Milano

Assistenza domiciliare per i malati di AIDS, 1991

L’operatore sociale che progetta nel nuovo corso delle politiche sociali. Dalla rivoluzione del buon cittadino a un nuovo sistema di protezione sociale, 1998

Articoli pubblicati su Atlhantide di Milano

Al servizio degli operatori,1993

Povertà e disagio economico, 1993

AIDS e dintorni, 1993

Cittadino e istituzioni, 1993

E' possibile un progetto contro il disagio giovanile, 1993

Oltre il disagio,1993

I diritti dei malati, 1993

La città dimenticata, 1994

Il ruolo dei comuni nella lotta contro l'AIDS, 1994

Disagio e criminalità giovanile, 1994

Mass media e servizi sociali, 1994

Autismo, handicap o malattia mentale ?, 1994

Lo Stato sociale secondo la Chiesa,1995

Strategie contro la droga, 1995

L'alcool e il bere a Milano, 1995

Euridice: la fabbrica come risorsa contro la droga, 1996

Il diritto allo studio, 1996

Per una antropologia della morte, 1996

Cittadino cliente o cittadino azionista, 1996

Caro Di Pietro, non andare via!, 1996

Pari dignità al mondo sociale, 1996

La banca del tempo, 1996

La grande lezione di Primo Levi, 1997

Quel disubbidiente di Cesare Musatti, 1997

La casa delle famiglie un anno dopo, luglio 1999

Collocamento obbligatorio, 2000

Welfare e news, 2000

La legge quadro sull’assistenza, 2000

Approvata la legge quadro sull’assistenza, 2000

Articoli pubblicati su LINES di Parigi

Quel ròle respectiv pour les technologies traditionnelles et nouvelles au sein d’un ètat providence en crise – Paris, 1997

Articoli pubblicati su Diana di Firenze

Cacciare, ovvero essere, 1982

L’arco e la freccia. Note di psicologia della caccia, 1982

Articoli pubblicati sul Giornale di Scienze Ambientali di Milano

Ambiente e Pedagogia, 1992

Articoli pubblicati su Ipab Oggi di Rimini

Fondazione o Azienda pubblica: difficoltà di una scelta, 2003

Un regolamento che riapre la conflittualità fra regione e comuni, 2003

Articoli pubblicati su Servizi Sociali Oggi di Rimini

Azienda pubblica o privata: un dibattito che lacera tutti i comuni, 2003

Anno europeo dei disabili: impegni delle istituzioni, 2003

Asili nido fra le politiche del lavoro e politiche per le famiglie, 2004

Intervista a P. Capitelli, Comm. parlamentare per l’Infanzia, 2004

Aziende pubbliche o private patrimonio delle comunità, 2004

Domicilio di soccorso e minori: quale ente deve pagare?, 2004

Adolescenti in città, 2004

Un welfare di comunità delle autonomie locali, 2005

La protezione sociale negli statuti regionali, 2005

Pianeta carcere: Il fenomeno dei bambini reclusi, 2005

Tre domande a Fiorenza Bassoli, 2005

Emergenza zingari: un tema del welfare municipale, 2005

Un’alleanza per un welfare municipale e comunitario, 2005

Povertà materiali e immateriali in Italia, 2005

Cinque priorità per il rilancio e l’aggiornamento della legge-quadro 328 del 2000, 2006

Il garante per l’infanzia nelle leggi nazionali e regionali, 2006

Lombardia: welfare dal carattere sussidiario, 2006

La depubblicizzazione ha fatto centro in Lombardia, 2006

Unioni civili e residenza nell’accesso ai servizi sociali. Lombardia e Puglia: due visioni contrastanti, 2006

Legalità e solidarietà dopo la devoluzione, 2006

Un patto di legalità e socialità. In Italia l’emergenza nomadi, 2007

La nozione di famiglia secondo la Costituzione e le regioni, 2007

La tutela del lavoratore nei servizi domiciliari, 2007

La tutela della sicurezza nella filiera formativa degli operatori sociali, 2007



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CREARE UNA COSCIENZA ATOMICA

nonviolenza 31/7/2008

 

CREARE UNA COSCIENZA ATOMICA

La disobbedienza come pratica della libertà

Da Guerre: "La carestia, la peste e la guerra sono i tre ingredienti più famosi di questo basso mondo. Possiamo collocare nella classe della carestia tutti i cattivi cibi cui la penuria ci costringe a ricorrere per ab­breviare la nostra vita, nella speranza di sostentarla. Nella peste si comprendono tutte le malattie contagiose che sono dell'or­dine di due o tre mila. Questi due doni ci vengono dalla provvidenza. Ma la guerra, che riunisce tutti questi doni, ci viene dalla fantasia di tre o quattrocento persone sparse sulla superficie di questo globo sotto il nome di principi o di governanti".

Di certo Voltaire, aggiornerebbe il Dictionnaire Philosophique con l'atroce voce Bombe Atomique, realizzando nel nuovo ter­ribile dono della fantasia l'immane realtà di una guerra totale che racchiude, anch'essa nell'orcio mitologico, la dannazione della carestia e della peste. La bomba non più ac­cessorio - sofisticato strumento — di guerra ma identità riconosciuta che dequalifica l'antica pratica guerresca dell'uomo, assu­mendo i caratteri propri della mortificazione e della distruzione.

La bomba atomica, "una cesura nella storia" scrive, nel 1969, Franco Antonicelli e... la paura ha il sapore dell'angoscia, del taglio che annulla la nostra possibilità del vivere: dopo Hiroshima...(!)

E vivere con la minaccia quotidiana del terrore pregiudica la nostra stabilità interiore attivando un processo neurotico incertez­za, eccitazione, paura che soffoca la co­scienza.

Ora, non il terrore come agente interno — metafisico o psicologico - ma il terrore co­me agente esterno — strumento di imposizio­ne che caratterizza la pratica della violen­za, di un fascismo rigenerato e totale che rinnova la pratica della schiavitù.

Come è possibile una costrizione delle co­scienze attraverso la barbarie delle dittature è, pure, possibile una mistificazione delle co­scienze, attraverso l'ipnosi delle apparenti democrazie:

"Tutti i governi usano la forza, e tutti as­seriscono di avere il fondamento nella ragio­ne. Nei fatti, con o senza suffragio universa­le, è sempre un'oligarchia che governa, e che sa dare alla "volontà del popolo" l'espressio­ne che desidera"...

scrive Pareto; pertanto la volontà dei molti viene mediata dalla forza bruta o sot­tile — dei pochi... dalla fantasia del principe o del governante che giustifica il non richie­sto dono della bombe atomique, con i più audaci sofismi.

Si sa, si conosce la diabolicità del potere che inquadra e che addormenta plasmando le teste più recettive con il popolare sistema del "bastone e della carota"; si sa, si conosce il potere distruttivo del regime che secca la ra­dice del sentimento di conservazione - o del sentimento rivoluzionario! togliendo il nu­trimento dell'intelligenza e dell'arbitrio.

Dunque della consapevolezza! Della con­sapevolezza che nasce dall'osservazione e che nasce dai processi critici, rifiutando, cioè, la legittimazione dell'eteronomia, del falso in­segnamento che mummifica il potenziale creativo dell'uomo offerto dalla sua vocazione biofila.

In questa orchestrazione si inserisce il canto wagneriano di una pedagogia devian­te tesa a contenere e a veicolare (verso indi­rizzi o capri espiatori) le risposte umane di una massa — che nel suo essere solo massa presenta l'intima debolezza — amorfa e atro­fica, desiderosa (al fine di mitigare l'incertezza, l'eccitazione e la paura che nasce dal terrore/angoscia) di un insegnamento che ha il potere della distruzione riciclando cosi, inconsciamente, il transfert della violenza: l'offesa che offende, che permette alla vittima di indossare le rassicuranti vestigia dell'aguzzino. Questa è la pedagogia che alimenta la "vocazione necrofila".

C'è un'insana lettura di Dioniso nella celebrazione della guerra; quell'omaggio ditirambico che rende ebbri e folli i guerrieri le trasmesso, con un rito iniziatico, dall'educatore all'educato.

E’ il completamento di una cultura distruttiva dell'avere autogestita dall'ingranaggio del consumismo, amplificata dai mass media e legittimata (nell'equilibrio dell'offerta e della domanda) dalla maggioranza. Il maestro insegna solo l'obbedienza, rinnova e trasmette i valori della classe dirigente e, alterando quotidianamente la realtà, insidia gli strumenti conoscitivi delle intelligenza.

Si sa, si conosce l'inquadramento generoso del totalitarismo, si sa, si conosce la pedagogia del fascismo che imbriglia le coscienze reclamando a piena voce il diritto del giusto insegnamento, reclamando la sacralità di alcuni valori, oramai sviliti, proprio dalla gestione astorica dei fascismi.

E’ il pensiero, il vade retro Satana, il bersaglio delle dittature e delle false demo­crazie; il pensiero che alimenta la presa di coscienza; il pensiero che provoca il dubbio e che germina l'obiezione reclamizzando la obbedienza come pratica della libertà. La falsa educazione dell'oppressore addomestica gli uomini. E' negato l'approccio conoscitivo; l'idea viene mitizzata operando cristallizzazione, ovvero viene mortificata la relazione coscienza-mondo (io/altri/ambiente). Oltre, esiste un processo di oscuramen­to della realtà che promuove il mantenimento di idola e che assicura allo stregone contemporaneo il dominio delle coscienze. Per liberare l'uomo Paulo Freire realizza una formazione denominata "coscientizzazione”.

“La coscientizzazione implica il supera­mento della sfera spontanea della percezione della realtà per arrivare ad una sfera critica, nella quale la realtà si dà come oggetto co­noscibile e l'uomo assume una posizione epistemologica... La coscientizzazione è un im­pegno storico... è anche coscienza storica: è inserimento critico nella storia, implica che gli uomini assumano il ruolo di soggetti che fanno e rifanno il mondo, esige che gli uo­mini creino la loro esistenza".

Così l'oppressore e il falso maestro non riusciranno a contrabbandare educazione, perché essa è un atto di conoscenza, è un avvicinarsi criticamente alla realtà che non accetta — pena la contraddizione opera­zioni mistificanti.

Dunque adotteremo per il nostro articolo il gergo del pedagogista brasiliano: l'espres­sione "coscientizzazione" e l'espressione "al­fabetizzazione politica" con la speranza di non impoverire tali termini.

La voce "bombe atomique" sarà esaurita quando provvederemo alla, pur parziale, compilazione delle voci "coscienza atomica" e "disobbedienza". Nel grande e poco cono­sciuto dizionario della libertà (oggi nella nuova riedizione!) i compilatori figurano donando il prezioso contributo della propria esperienza e della propria cultura.

Cosi Voltaire, Pareto, Freire e... Franco Antonicelli quando, in un discorso pronun­ciato al Teatro Comunale di Bologna nel 1969, dichiara sul tema della possibile terza guerra mondiale e sull'ombra inquietante di Hiroshima:

"L'ignoranza delle questioni relative alla guerra atomica e connessi è fra noi grandissi­ma e per questo trionfano più facilmente le argomentazioni di chi, anche in buona fede, sostiene le ragioni più pericolose e delittuo­se... il primo nemico da combattere è il silenzio, cioè l'ignoranza dei problemi e dei sofismi che lo nascondono e alterano i termini della verità. Dobbiamo far conosce­re la verità. Questo significa per me CREARE UNA COSCIENZA ATOMICA".

Pertanto soffocare l'ignoranza non per creare una funzionale educazione ma per liberare l'uomo dal pericolo della cecità; u-sare lo strumento dell'alfabetizzazione politica al fine di creare una coscientizzazione.

Permettere all'uomo la conoscenza di sé e degli altri lo aiuterà alla comprensione dei problemi (alla più facile lettura e compila­zione delle voci) giustificando nobilmente, l'educazione come pratica della libertà.

Ma il regime — ovvero la oligarchia che governa, e che sa dare alla "volontà del popo­lo" l'espressione che desidera — cerca di re­primere ora con la fantasia (o la seduzione!) ora con la violenza cioè, con gli strumenti più barbari della frusta e più accattivanti dei mezzi di comunicazione di massa il nostro progetto di conoscenza e di liberazione.

Dunque alla fantasia del principe dovrem­mo opporre la fantasia del "ribelle" (ribelle in quanto demonizzato e criminalizzato): "la disobbedienza come pratica della libertà sarà uno dei primi passi verso la coscientizzazio­ne, oltre, è il progetto utopico realizzabile…l'atto di denunciare la struttura disumaniz­zante e di annunciare quella umanizzante".

Più chiaramente la disobbedienza è la ve­ste allegra (ironica) della più completa obie­zione di coscienza; accantonando, però il pericolo del ribellismo e della imbelle svalo­rizzazione dello slogan.

Nella nostra limitata esposizione il pas­saggio è chiaramente (riduttivamente) lineare e circolare: dall'insegnamento libertario di natura socratica alla disobbedienza, obie­zione di coscienza, coscientizzazione, cono­scenza all'educazione come pratica alla libertà.

Pertanto la coscienza è qualcosa di insta­bile: è una conquista quotidiana sempre sotto la pressione di agenti interni/esterni; ricordando perciò che la coscienza non è un dato definitivo e non è solo un equilibrio di forze ma un reale atto di giustizia. Cosi, pure, i tentativi di giustificare le strategie politiche dell'equilibrio pace/guerra sono atti menzogneri:

"La guerra è sempre causata da squilibri sociali: l'antica cesura tra abbienti e dise­redati e fra liberi e servi. Altro che bilancia dei poteri quale equilibrio conducente alla pace! Giuseppe Mazzini sapeva benissimo che cos'era quel tipo di equilibrio: una menzo­gna inefficace. Non voleva bilancia dei poteri, ma di giu­stizia" (Franco Antonicelli).

"Gli armamenti... si sogliono giustificare adducendo il motivo che, se una pace oggi è possibile, non può essere che la pace fondata sull'equilibrio delle forze", ecco l'assurda strategia del governante al quale Giovanni XXIII obietta: "Giustizia, saggezza ed umanità doman­dano che venga arrestata la corsa agli arma­menti; si riducano simultaneamente e reciprocamente gli armamenti già esistenti; si mettano al bando le armi nucleari, si perven­ga finalmente al disarmo... ad un disarmo integrale; se cioè non si smobilitano anche gli spiriti adoperandosi sinceramente a dissolve­re in essi la psicosi bellica” (Pacem in Terris, 1963)

Con questa certezza, che viene dalla fede, è possibile, ora, varare e legittimare il nostro progetto utopico di nonviolenza attiva (cioè espressione di coscientizzazione), della disobbedienza che "piega i superbi", della non violenza che è, come dice Norberto Bobbio, "Una delle forme più alte della saggezza e dell'intelligenza umana".

Savona, 1983




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…DOPO ELISA DI RIVOMBROSA

diario 31/7/2008

 

CRITICITÀ E PROSPETTIVE DELLA RETE CULTURALE NEL SUD MILANO

 

A volte accade che un relatore, un po’ per gioco un po’ per provocazione all’ultimo momento decida di cambiare il titolo della relazione, suscitando sgomento e preoccupazione tra gli organizzatori di un convegno.

C’è il rischio, per il relatore, di non essere più invitato. Ma c’è pure l’opportunità per il pubblico, quando l’azzardo è a buon fine, di rompere la monotonia degli schemi, ascoltando il fiume di parole senza gli argini rassicuranti e protettivi delle nostre personali mappe cognitive. Ovvero, di quelle rappresentazioni valoriali che inevitabilmente sono anche la cittadella dei nostri pregiudizi.

Il titolo ci obbliga, spesso, a seguire un itinerario e, nella maggior parte dei casi, a conoscere già l’approdo. Un titolo ben definito ci conforta. Ci dona certezza. Quando è noto ci conduce per mano e possiamo per questo confrontare le nostre conoscenze con quelle del relatore.

Ma parafrasando il tema principale del nostro seminario di oggi, mi chiedo quali sono le nuove frontiere dello sviluppo ?

Già questo titolo è un ossimoro, ovvero una figura retorica che rappresenta due contrari: la frontiera come linea di demarcazione o di confine e lo sviluppo come processo di crescita o di progressione.

Il che potrebbe significare l’auspicio di andare oltre la frontiera o malauguratamente quello di non poter andare oltre. Potremo, se c’è sviluppo, varcare la soglia del confine.

Ho, pertanto, modificato il titolo della mia relazione introduttiva da quello convenzionale e amministrativo stampato sul cartoncino d’invito, in questo nuovo titolo “Criticità e prospettive della rete culturale nel Sud Milano … dopo Elisa di Rivombrosa”.

Non desidero solo sedurre il pubblico, ma intendo proprio rompere gli schemi con questa ed altre fascinazioni. Insieme, voi ed io, potremo superare le frontiere e cercare di comprendere se, …. dopo Elisa di Rivombrosa, c’è ancora la speranza, e se ci sono gli strumenti, per una nuova estetica nella periferia dell’impero metropolitano.

Uno degli obiettivi del seminario, mi sembra di aver colto, è quello di riflettere su quali sono i valori o i disvalori della cultura metropolitana e in che modo questa cultura contamina le nostre periferie.

Ci sono oggi qui presenti relatori di prestigio, di grande autorevolezza che potranno approfondire, meglio di me, il concetto stesso di cultura e di processi culturali. Ma io mi domando retoricamente cosa è cultura, cosa è centro e qual è il significato di periferia.

Sono fermamente convinto che gli organizzatori di questo seminario non intendessero, quando hanno invitato i responsabili di alcune importanti istituzioni come il Piccolo Teatro o la Triennale di Milano, discutere della cultura localistica, se così posso esprimermi, o delle culture lombarde. Piuttosto che delle culture etniche, o della antropologia di coloro che vivono su un vasto territorio, altamente differenziato, come quello dei paesi e delle cittadine alle porte di Milano.

E’ fondamentale comprendere cosa intendiamo per etica ed estetica, qual è il senso del bello, la dimensione artistica del nostro tempo.

Qual è l’umanesimo che segna la differenza tra l’ultimo Novecento e i primi anni del Terzo Millennio?

Incidentalmente io oggi sono qui anche come Assessore alla Cultura di uno dei Comuni del Sud Milano e, dunque, come uno di coloro che, nel bene e nel male, possono orientare le politiche culturali di un territorio. Con il rischio, invece, di essere orientato dalle dominazioni culturali. Di essere poi schiacciato dalle mode e dalle mercificazioni del pensiero.

Molte volte mi sono chiesto se il mio compito o se la funzione di un’amministrazione comunale è quella didattico – pedagogica di un permanente doposcuola per contenere e aumentare il livello di alfabetizzazione della popolazione o quello di realizzare un grande contenitore per il tempo libero, una sorta di emporio alternativo per il dopocena. O se piuttosto è quello di offrire una pluralità di chiavi artistiche – dalla poesia al cinema, al teatro – per comprendere e governare il fascino misterioso della nostra esistenza.

Cultura o processi culturali, dunque, come tensione speculativa per dare senso e qualità ai prodotti del pensiero e della scienza.

Cultura e processi culturali per rappresentare le inquietudini del nostro tempo che sono da sempre - universalmente – le grandi tensioni esistenziali dell’amore e dell’odio, della pace e della guerra, dei credenti e dei non credenti.

Ma quali prodotti deve confezionare e distribuire la rete culturale del Sud Milano quando più generazioni di italiani, oltre 13 milioni di persone sono state catturate dalla bella e dolce Elisa di Rivombrosa?

Qualsiasi proposta del nostro mercato culturale, in una di quelle serate televisive, sarebbe stata poco alettante. Ma non è soltanto una questione di competizione tra prodotti. C’è qualcos’altro di drammaticamente concreto su cui riflettere.

E’ l’idea stessa di cultura il nocciolo del mio ragionamento.

Quando quotidianamente milioni di persone si ubriacano spiando dentro l’acquario del Grande Fratello, dell’Isola dei Famosi o della Talpa; quando un programma come Bisturi, condotto da Platinette e da un ex presidente della Camera, si ammanta di trasgressione, c’è poca speranza di andare oltre il confine.

Per passare la frontiera è necessario, secondo il mio pensiero, un vero spirito trasgressivo e ironico, capace di ascoltare e di dare voce a quelle intelligenze, spesso isolate, che possono rompere gli schemi e il cosiddetto gusto o il senso del bello, eterodiretto dalla televisione commerciale.

Il limite dello sviluppo o la potenzialità di una rete culturale non dipende soltanto dalla capacità di disegnare l’architettura gerarchica e gestionale o quello di garantire una efficienza logistica. Sono i prodotti della rete che devono possedere la forza per incrinare il modello totalizzante, che da anni ha formato il senso del bello e del piacevole in milioni di persone, tra cui i nostri circa trecentomila abitanti del Sud Milano.

I prodotti rappresentano dei valori, sono pensieri. Sono manifestazioni ideologiche. Ma qual è il collante ideologico di Platinette ed Elisa di Rivombrosa, di Taricone o delle veline di Gerry Scotti se non quello dell’ideologia edonistica. Di un benessere che si sostanzia nelle pratiche ossessive di tipo igienistico della cura del corpo o nel delirio autistico delle soap opera.

Ben trent’anni fa’ Pasolini sul Corriere della Sera pubblicava un articolo, Gli italiani non sono più quelli, con il quale denunciava un fenomeno chiamato mutazione antropologica con il quale il Potere, attraverso la cultura di massa, si rigenerava mettendo in soffitta i vecchi arnesi ideologici del primo Novecento.

Nel 1974, molto tempo prima dell’esplosione della televisione commerciale, dell’invasione di Mediaset e delle fiction, Pasolini nel domandarsi – con una dolce venatura pessimistica – chi avesse manipolato e mutato antropologicamente gli italiani, individuava proprio nella televisione, attraverso la propaganda e il bombardamento ideologico, il vettore del Potere per determinare un nuovo tipo di vita edonistico e, dunque, prigioniero del consumo.

Il Carosello della tv arcaica, che ognuno di noi ricorda con simpatia, era per Pasolini uno strumento onnipotente, assoluto e perentorio con cui veniva rappresentato un nuovo tipo di vita e il tipo di uomo e di donna che conta, da imitare e da realizzare.

Se Carosello è stato il prototipo dell’induzione dei comportamenti e, dunque, del senso etico ed estetico della cosiddetta gente, oggi i prodotti culturali si sono raffinati, pur nella loro evidente rozzezza, perché sono molto più efficaci che nel recente passato.

Centro e periferia, cultura metropolitana o cultura nel Sud Milano, non hanno nessun significato perché il territorio non è un limite. Non ci sono confini o frontiere. Siamo un unico, grande territorio senza alcuna difesa.

I cittadini del Sud Milano sono stati contaminati come quelli della grande Milano. L’esaltazione dell’impolitico come valore e della metropoli come grande condominio suggellano la tesi che non ci sono più grandi differenze, particolari o diversità da governare. C’è un’unica grande matrice di valori.

Genocidio o strage del pensiero? Forse no. Sono e sento intorno a me abbastanza vitalità per comprendere che paradossalmente possiamo limitare il territorio per trovare nuove frontiere di sviluppo. C’è bisogno di coraggio, però. E’ necessario denunciare il progetto di omologazione, come è necessario annunciare un nuovo progetto antropologico. E permettetemi, anche elitario. E anche classista e borghese.

Non è necessario essere eretici o dare scandalo quando si sostiene, come aveva previsto Pasolini, che i mezzi di comunicazione di massa, tra cui la televisione, sono stati usati strumentalmente per modificare antropologicamente larghi strati della popolazione. Una sorta di interclassismo orwelliano, in cui regna la mediocrità e l’obbedienza.

Io, oggi, esprimo la preoccupazione per alcuni valori e alcuni modelli comportamentali che vanno oltre l’afasia culturale o la fossilizzazione del linguaggio verbale, espressione pasoliniana, perché c’è il rischio, senza la cultura, di una permanente pubescenza delle nostre comunità. E, dunque, di una congenita fragilità che le può rendere recettive ad ogni proposta, impreparate nella selezione delle offerte.

Vorrei fare due esempi concreti di offerte culturali che secondo la mia riflessione hanno approdi antitetici.

La prima riguarda la lettura dei giornali quotidiani. Si sa, che gli italiani leggono poco e solo una bassa percentuale di persone compra anche un solo quotidiano. Il nostro Presidente del Consiglio, poi, ha ritenuto informarci che i quotidiani sono uno strumento arcaico di comunicazione. Sappiamo anche quanto sia sempre stato complesso introdurre i giornali nelle nostre biblioteche e nelle nostre scuole, spesso per colpa di qualche prurito ideologico.

Se poi dovessimo utilizzare l’acquisto e la lettura dei quotidiani come indicatore di maggiori sofisticati processi di alfabetizzazione e di acculturazione, potremmo registrare solo fallimenti. Se, invece, dovessimo contare il numero delle persone che quotidianamente arraffano ai terminali delle metropolitane i quotidiani trash - quelli offerti gratuitamente – saremmo costretti ad affermare che la gente legge. Che anche le massaie leggono i giornali. E che questa lettura è meglio di nessuna lettura. Ma qual è il profilo di questa lettura?

Sono anche aumentate le vendite dei quotidiani tradizionali: quelli con gli articoli di fondo, con l’editoriale, la terza pagina? Sono aumentate le vendite di libri? O il numero di frequentatori di biblioteche?

Il secondo esempio riguarda una proposta culturale che a prima vista può sembrare banale e ripetitiva, ma che invece ritengo essere stata, per chi l’ ha realizzata, una proposta intelligente.

Ho avuto il piacere di assistere ad una rassegna cinematografica, promossa da un piccolo comune, dei film più noti di Toto: Antonio de Curtis.

Titoli, dicevo, noti al grandissimo pubblico e programmati centinaia di volte dalla televisione. Ma qual è stata la novità e l’intelligenza di riproporre qualcosa che ognuno di noi già conosceva o che poteva registrare, acquistare o prendere in prestito in qualsiasi attrezzata cineteca o biblioteca?

La novità consisteva nel proiettare i film di Toto, nella versione integrale, che mai credo la Tv di stato e quella commerciale hanno mai offerto, con il recupero degli spezzoni, ovvero dei metri di pellicola, che la censura aveva tagliato per non offendere la morale e il pubblico pudore.

Un’operazione intelligente, controcorrente, che ha permesso al pubblico di rileggere in profondità la regia, le sceneggiature, l’interpretazione di Toto, non solo macchietta ma grande protagonista di un periodo della nostra storia.

E con ciò si offriva al pubblico anche l’opportunità di interpretare, in modo maturo e non pubescente, attraverso lo strumento cinematografico, un particolare momento della politica italiana degli anni ’60.

Il primo esempio, quello dei giornali trash, non aumenta ma riduce gli strumenti di interpretazione del mondo. E’ povertà culturale.

Il secondo esempio raffina il senso del bello che è, anche, dimensione etica.

Vorrei fare ancora un ultimo esempio di distorta e inquietante operazione culturale: quella della tradizione dei suonatori ambulanti.

L’edonismo consumista, amplificato dal controllo dei media, ha reso celebre il posteggiatore Mariano Apicella che accompagna il nostro Presidente del Consiglio.

E’ stata questa un’operazione ruffiana. Può ispirare simpatia, ma non è cultura.

Pochi conoscono, invece, la storia e la musica degli ambulanti napoletani - a’ Pusteggia - e le radici di questa forma artistica.

Sempre quel piccolo comune, cui mi riferivo prima, ha invece inserito nella propria programmazione culturale un concerto di un meno noto Apicella, ma di un vero artista che ha interpretato ed esercitato la vera arte della Posteggia.

Chi ha avuto il piacere, quella sera, di ascoltare le canzoni dell’orchestrina “mobbile” di Nando Citarella e le sue rielaborazioni sui testi del XVI secolo o di Raffaele Viviani ha potuto cogliere la differenza con i testi berlusconiani.

Dalla pubescenza alla maturità, dunque. Con ciò intendendo non la senilità, ma la maturità di una comunità che sa scegliere.

Nell’avviarmi alla conclusione della mia relazione ho il dovere, non solo per evitare le sanzioni che dovrò subire dagli organizzatori del seminario per la mia digressione, dedicare la parte finale al compito che precedentemente mi era stato affidato: potenzialità e i limiti dello sviluppo della rete culturale a Sud Milano.

I limiti credo di averli individuati nella complessità di quello che un operatore culturale deve affrontare di fronte alla dominazione di quella rete iperbolica che orienta le coscienze e il senso del bello.

Il limite è insito nel prodotto che può essere offerto dalla rete culturale, composta da tutti gli attori sociali delle nostre comunità, in alternativa ai prodotti offerti dal circuito mediatico.

Le potenzialità, invece, riguardano la capacità progettuale.

E’ necessario avere intuizioni e metodo scientifico. Chi progetta lo sviluppo della rete dovrà conciliare la tensione ideale del politico e dell’intellettuale con l’esperienza e gli strumenti dei tecnici.

Se potessi dare un consiglio ad un mio ipotetico gruppo di lavoro – tecnico e politico come si suol dire – chiederei loro di raccogliere il maggior numero di informazioni per potermi poi soffermare criticamente sullo lo stato dell’arte della rete, individuando le sue criticità e le sue prospettive.

Potremmo raccogliere dei dati attraverso alcuni indicatori.

Faccio qualche breve esempio.

Rispetto alle risorse finanziarie ed economiche, al fine di conoscere l’entità degli investimenti destinati alla cultura, sarebbe opportuno rilevare la spesa storica dell’ultimo triennio, sostenuta in relazione ai bilanci complessivi dai Comuni di questo territorio, dagli operatori imprenditoriali (p.e. le associazioni dei commercianti), da istituzioni come le Pro Loco o dalle Fondazioni bancarie. Non per ultimo dalla Provincia e dalla Regione.

Oltre a rilevare alcune caratteristiche socio demografiche della nostra popolazione – età, titoli di studio, professione, provenienza -, dovremmo raccogliere i dati per compilare un’anagrafe dei servizi e delle strutture: enumerare le biblioteche, le librerie, le edicole, i cinema, i teatri, le scuole di musica o di artigianato, gli atelier dei pittori, fino all’individuazione di spazi permanenti destinati a manifestazioni artistiche.

Anche la compilazione di un’anagrafe degli operatori culturali che vivono o che operano nel Sud Milano – dal bibliotecario all’artista, dallo scrittore al giornalista – potrebbe poi consentirci qualche riflessione.

Sarebbe utile conoscere, al fine di comprendere la potenzialità di queste risorse, quali sono gli strumenti di comunicazione e di diffusione culturale: radio locali, notiziari comunali, riviste culturali, scientifiche e politiche.

E poi raccogliere e descrivere le performance culturali e artistiche di ogni porzione del nostro territorio: rassegne teatrali, stagioni concertistiche, cineforum, seminari, corsi di formazione, fino ai grandi eventi.

Infine, sarebbe fondamentale individuare alcuni indicatori di qualità per comprendere qual è il profilo della nostra rete culturale e dei suoi prodotti.

E’ una rete che privilegia le tradizioni locali o la multiculturalità? L’offerta è nazional popolare, ispirata dalle mode televisive, o è sperimentale? L’approccio è commerciale o milanocentrico?

E forse la rete, come senz’altro sarà, è un mix di tutto questo.

Solo dopo aver raccolto le informazioni, individuato i punti deboli e i punti forti si potrà passare alla più completa fase progettuale con l’intento, auspico, di superare quella linea di confine che molte volte divide al proprio interno questo stesso territorio, riducendone la ricchezza.

Concludo come quel bambino delle elementari che, di fronte alla rigidità del titolo di un tema, per descrivere la mamma ha parlato solo del suo papà.

La relazione è stata presenta il 12 marzo 2004 presso la Fondazione Arnoldo Pomodoro durante il convegno “Città di Rozzano. Evoluzione di un progetto. Etica ed estetica. Nuove frontiere di sviluppo. I processi culturali nella dimensione metropolitana” .

Al convegno hanno partecipato Sergio Escobar, direttore del Piccolo Teatro; Luigi Corbani, Direttore generale dell’Orchestra Verdi di Milano; Guido Martinotti, ordinario di sociologia urbana dell’Università Milano Bicocca; Daniela Benelli della Fondazione Mazzotta di Milano; Luigi Amodio della Città della Scienza di Bagnoli.



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LA DISOBBEDIENZA COME PRATICA DELLA LIBERTA'

la disobbedienza come pratica della libertà 31/7/2008

 

Sono assolutamente convinto che l'educazione,

come la pratica della libertà, è un atto di cono­scenza,

un avvicinarsi criticamente alla realtà.

Paulo Freire

Forse coloro che affronteranno questo lavoro sulla disobbedienza rimarranno perplessi quando, ultimata la lettura, si accorgeranno che in cinque capitoli ho solo raccolto le voci e i valori dei protagonisti dell' obbedienza.

Il titolo “La disobbedienza come pratica della libertà" e il suo sottotitolo “Per la scrittura di una teoria del no”, possono o aver sedotto il lettore avido di tecniche del rifiuto, o aver catturato l'interesse speculativo dello studioso sensibile ai problemi del potere ma, forse, deluderò ambedue i lettori, perché con questo lavoro non propongo un metodo da manuale di lotta nonviolenta, né una nuova filosofia del dissenso.

Infatti, il mio progetto si sviluppa con la sola elencazione di alcuni mali della modernità, generati da una società agli albori del terzo millennio che, riprendendo una terminologia hobbesiana, si manifesta come machina machinarum o, con un termine più attuale, come la megamacchina totalitaria profetizzata da Orwell e rivisitata da Fromm.

Il mio discorso sulla disobbedienza è, quindi, un discorso sul futuro della cosiddetta epoca planetaria, la quale, con il suo progetto di difesa stellare e di un unico governo mondiale (l'internazionalismo democratico!), ha già messo una pesante ipoteca sulla libertà del presente.

La mia intenzione è quella di entrare e di far entrare il lettore a capofitto nel marasma della cultura dell'obbedienza; di viaggiare con lui all'interno di un mondo apparen­temente docile e opulento,costringendolo, però,all'obbligo di alcune fermate, per meglio fargli conoscere gli usi e i costumi di questo universo.

Sono cinque le stazioni di questa via della sofferenza, per arrivare poi, al termine del viaggio, al vecchio monte della passione.

Infatti, non ho ritenuto opportuno fare di questo lavoro una opera di predicazione e di proselitismo, offrendo moralisticamente la mia salvazione al lettore, il quale, in­soddisfatto, mi chiederà:

E poi,dopo che ho conosciuto il mondo, cosa devo fare per cambiarlo?”.

Non possiedo formule per sanare la comunità degli uomini: la mia disobbedienza è semplicemente un viaggio, la circumnavigazio­ne della insana società.

La mia scrittura per una teoria del no, non è un peso che corregge gli squilibri esistenti tra il dominatore e il dominato, tra l'educatore e l'educato.

La mia scrittura riempie il taccuino di un viaggiatore che descrive con dovizia di particolari alcuni isolotti del continente sociale: il paese degli idola abitato da poeti e da filosofi, la polis democratica con gli incanta­tori del pensiero, la città degli dei, la metropoli degli automata e, infine, le cattedrali dell'atomo e della burocra­zia.

Itlodeo, il cui nome significa gran parlatore, era quel navigatore portoghese che descrisse a Tommaso Moro l'isola felice di Utopia. Io, invece, ho raccolto in questo diario di bordo molte note infelici ma, come Itlodeo, ho una gran voglia di parlare e di descrivere al lettore la vita di quelle popolazioni: il loro sistema politico, la loro tecnologia, la loro religione, le loro ricchezze.

Ma ciò è un viaggio in patria, tra gli stessi miei concittadi­ni che ogni giorno si avventurano sulla piazza (l'arena politica) davanti a casa.

Infatti, non ci sono più mondi geografici da scoprire, non ci sono più i pionieri che andavano a colonizzare terre barbare ed incolte, perché ogni parte del globo è già stata civilizzata; ma, allora, il mio buon Itlodeo può solo ripercorrere i continenti della socialità, rivisitare gli ordinamenti politici o riosservare i rituali educativi della scuola del suo quartiere: è un viaggio all'interno delle istituzioni, all'interno della cultura che ha prodotto gli isolotti dell'autorità, del potere e della violenza.

La descrizione di questi mali della modernità, la descrizione di quella cultura, che io ho definito dell'assen­so incondizionato, è il mio unico compito: infatti, non ho descritto al lettore un fantastico uomo con la coda o i cacciatori di teste, né storie crudeli di sacrifici iniziatici, ma ho solo dissezionato, come un anatomista o un patologo, il corpo di un uomo apparentemente sano, opulento, potente e felice.

Ho estratto dal grande corpo sociale un modello significativo di umanità, lasciando al lettore la libertà di diagnosticare se esiste qualche perplessità sulla condizione fisica e morale di questo corpo, la natura del male e i suoi rimedi.

Io ho solo prodotto alcuni indizi!




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